Pasquale Celommi
Capostipite di una famiglia di artisti, oggi – con Michetti, Patini ed i Palizzi- è annoverato tra gli autori che hanno segnato maggiormente il corso dell’arte abruzzese.
Pasquale Celommi nasce il 6 gennaio 1851 a Roseto degli Abruzzi in una modesta famiglia di artigiani e pescatori.
Il futuro prospettato per lui probabilmente è quello di imparare il mestiere paterno di ciabattino, ma appena tredicenne viene notato per la sua abilità nel disegno da Camillo Mezzopreti, facoltoso signore della zona, che decide di finanziare i suoi studi ed avviarlo all’arte.
In questi anni Celommi si inserisce nell’ambiente dei salotti borghesi, ambito in cui trovano particolare favore le sue odalische – un ciclo di tele accostabili ad un certo gusto orientaleggiante dell’epoca – ed i suoi nudi, debitori senza dubbio della lezione di Ciseri.
Portati a termine i suoi studi, nel 1881 fa ritorno a Roseto con la giovane famiglia: la moglie Giuseppina Giusti ed il primogenito Raffaello, nato a Firenze il 19 aprile di quello stesso anno.
In questo periodo Celommi si dedica alla composizione di opere di soggetto popolare, ispirate alla vita della campagna abruzzese, molto vicine alla prima produzione di Michetti, suo coetaneo ed amico.
Tra queste merita un’attenzione particolare Uno sposalizio abruzzese (o Il matrimonio) (1884-86), tela in cui sono già presenti tutti gli elementi dell’arte matura di Celommi: la luminosità, la leggerezza dell’insieme (ottenuta grazie ad una forte plasticità dei numerosi personaggi) ed un marcato gusto per il particolare, sempre riportato con tratto nitido e pulito.
Grazie al consenso riscosso alla mostra teramana, negli anni successivi Celommi ottiene numerose committenze da parte dei signori della zona – tra cui anche l’industriale Giovanni Thaulero – sia per i ritratti che per tele di soggetto popolare, in cui evidentemente l’artista concentra la ricerca luministica, dimostrando tra l’altro una costante attenzione alle più moderne istanze artistiche locali e nazionali.
La partecipazione alla mostra romana (e non si può escludere anche un interessamento dell’amico Michetti) dà a Celommi l’occasione di allacciare un rapporto di collaborazione con la galleria capitolina dei fratelli d’Atri che, insieme alle gallerie Beckerans e Winterstein, gli assicurerà una certa stabilità economica e una vasta circolazione delle sue opere, nell’area mitteleuropea soprattutto, per tutto il resto della vita.
Sono gli anni in cui il suo lavoro si concentra di più sulla ricerca luministica en plen air, portandolo a realizzare quelle marine per cui ancora oggi è noto come “il pittore della luce” e per cui lo stesso Michetti – come riportano diversi giornalisti dell’epoca – lo ritiene “insuperabile”.
Muore nella sua casa di Roseto il 9 agosto 1928.
Raffaello Celommi
Una notazione, forse banale, può servire come segno premonitore che lo proietta definitivamente verso il mare, sempre artisticamente parlando. Qualche mese dopo la nascita, nella casa materna di Firenze, si ammalò ed il medico ordinò che fosse riportato a respirare aria marina. Da quel momento “Felluccio” (é sempre stato chiamato con questo colorito e popolare diminuitivo) non si staccò più, se non per brevi periodi da quel paese che ha avuto un trittico di denominazioni: “Le Quote, Rosburgo, Roseto degli Abruzzi”.
Che Raffaello Celommi dovesse diventare pittore era quasi scontato. Gli insegnamenti del padre, che intanto si stava inserendo fra i grandi della pittura dell’800, lo portarono ad attuare i propositi destinati ai “figli d’arte”. Tutti coloro che rientrano in questa categoria vengono a trovarsi di fronte ad una situazione di privilegio-svantaggio.
Superato il prezioso avvio paterno, colui che era destinato a diventare il secondo anello della prestigiosa catena dei “pittori della luce”, si iscrisse a vent’anni e frequentò con profitto l’Accademia di Belle Arti di Roma. Intanto il padre si era fatto costruire, a pochi passi dalla battigia, fra i pini contorti e nodosi, uno studio che fu chiamato il “Castelletto” per il suo stile falso Medioevo e per le sue merlature guelfe.
Padre e figlio lavoravano l’uno al primo piano e l’altro al piano terra. Entrambi prendevano la luce da due finestroni aperti sul mare dai quali oltre al chiarore, essenziale per i pittori, entravano anche aria ed odore si salsedine. Spesso nello studio di Celommi fu ospite Francesco Paolo Michetti (1851-1929), già da allora ritenuto „leader“ delle arti figurative abruzzesi. “Don Ciccillo” trasecoló quando vide per la prima volta una tela dipinta dal giovinetto Celommi e nelle successive visite al “Castelletto” non lesinó elogi e fu prodigo di consigli definendo la sua pittura un’arte “varia e vigorosa”.
Nel 1928 morì Pasquale Celommi. Tutta Roseto, che solo da un anno aveva abbandonato la denominazione di Rosburgo, definita troppo asburgica, fu in lutto. Per Raffaello Celommi si preparavano tempi duri. A parte il dolore per la perdita incolmabile del genitore, si sapeva che da quel momento i confronti sarebbero stati per lui carichi di accostamenti continui, ma seppe fare la sua scelta.
Entrò nel vecchio studio, che un velario di mestizia aveva avvolto dopo la morte del capostipite dei Celommi e ricominciò a lavorare su di una tela bianca, appoggiandola sul cavalletto del padre che andò a prendere al piano di sopra, lo stesso cavalletto che per oltre mezzo secolo aveva sostenuto i più bei quadri del genitore.
Si congiungevano così i due anelli di una dinastia d’arte e si scongiurava una discontinuità che ci avrebbe privato di tanti capolavori. Nel 1929 Raffaello Celommi sposò la giovane romana Luigia Rosati, figlia del grande musicista Luigi Rosati (1855-1921) che fu direttore dell’Accademia di
Santa Cecilia a Roma e maestro del grande tenore Beniamino Gigli.
Anche Luigia Rosati-Celommi era una provetta pianista e coltivava studi di letteratura francese. L’amore sbocciò come spesso avviene, quando la giovane romana, villeggiante a Roseto, cominciò a prendere lezioni di disegno prima e di pittura poi dal Maestro.
Raffaello Celommi non partecipò a molte mostre e cercò di tenersi lontano da concorsi ed estemporanee (che allora erano rarissime). Lo studioso rosetano Raffaele D’Ilario (1903-1985) scrisse laconicamente, a questo proposito, ma rendendo bene l’idea, che Raffaello Celommi pensò soltanto a lavorare.
Sappiamo comunque – e lo leggiamo su uno degli articoli del D’Ilario – di un suo grande trionfo alla prima mostra marinara, in cui il mare, le “lancette”, le vele colorate ed i marinai che sbarcavano le “coffe” ricolme di pesce elementi che componevano le marine celommiane, affascinarono i visitatori.
E’ dato per certo che il gallerista viennese Joseph Wintersteis, che acquistava a scatola chiusa le opere di Pasquale Celommi, nonostante che, per sua stessa ammissione, diffidasse dei “figli d’arte” quando vide una tela del figlio del suo fornitore, fece un’eccezione alla regola.
La stessa cosa avvenne a Roma . Nelle vetrine della famosa galleria d`arte “Giulio D`Atri “ di piazza di Spagna, quelli che erano abituati a fermarsi per ammirare le marine e le scene agresti di Pasquale Celommi, continuarono a farlo , anche se la firma in calce alla tela era quella di Raffaello Celommi.
Quello del pittore rosetano non fu un isolamento artistico, né si può dire che la sua arte si sia fermata. Egli completò il paesaggio campestre, la struttura delle sue marine, si specializzò nella ritrattistica, cogliendo con tratti sicuri lo specchio dell’anima del personaggio ritratto.
Tutti i suoi soggetti vagliati criticamente, superando il confronto inevitabile con l’opera paterna, risultano essere genuini interpreti di una colorita e suggestiva antologia del folklore e delle tradizioni popolari della gente d’Abruzzo. Curò minuziosamente i mutamenti dell’abbigliamento, sia dei pescatori che dei contadini, riportando con visioni fedelissime la scenografia ideale dei paesaggi.
Ma bisogna convenire che conservò di suo padre Pasquale tutto ciò che non poteva e non doveva essere sovvertito. A questo proposito scrisse Dino Satolli, critico d’arte e collaboratore di molti giornali italiani ed esteri, villeggiante “eccellente” di Roseto e grande amico di Raffaello:” Conservò nelle sue tele la luce ed i motivi cari al padre, acquistando anche qualcosa in morbidezza, forse a scapito di un’autonomia, o, se si vuole, di una contestazione che allora sarebbe apparsa sterilmente polemica”. E ancora:” La pittura di Felluccio appariva schietta, senza artifici di violenze cromatiche, di toni aspri e di crudezze di segno”.
Dove si trovano le opere di Raffaello Celommi? Una scrittrice che si firmava “Tamara” raccontò in un elzeviro, pubblicato sul mensile “Sardegna “ di Cagliari, nel marzo del 1921, che recava il titolo Un Celommi a Parigi: “Fra le mostruosità dell’arte d’avanguardia spiccava, come un miracolo, un quadro d’eccezione, una marina; la firma era di Raffaello Celommi un abruzzese noto agli amatori d’arte”.
Altre opere si trovano in una galleria d’arte di Chicago, oltre che in molte collezioni d’arte figurative italiane ed estere.
A Teramo si possono ammirare tre prestigiose opere, nel Museo civico.
Per quanto concerne l’arte sacra, una tela raffigurante S. Antonio da Padova si trova nell’omonima chiesa di Pescara.
Raffaello Celommi si spense a Roseto il 3 marzo 1957.
Luigi Celommi
Sin da piccolo evidenzia le sue qualità pittoriche e molto spesso si reca nella studio paterno per disegnare con grafite e pastelli (suo padre, Raffaello Celommi – secondogenito della dinastia Celommi che ebbe come capostipite Pasquale Celommi – non gradiva che utilizzasse i colori ad olio, prima di aver avuto una discreta padronanza con il disegno).
Dopo la scuola media, avendo avuto un’insegnate che gli aveva fatto odiare il latino, si iscrive all’Istituto tecnico per geometri, con l’erronea convinzione che, a diploma conseguito, potesse iscriversi alla facoltà di architettura. In quel periodo, però, l’ingresso in tale facoltà era consentita solo per coloro che avessero conseguito la maturità classica o scientifica.
Si diploma geometra nel 1951 (con anticipo di un anno) e non potendo iscriversi alla facoltà di architettura, pensando che una laurea sarebbe, comunque, stata necessaria, si iscrive alla facoltà di economia e commercio all’Università di Roma e supera dieci esami. Si accorge, però che tale facoltà non è adatta alle sue caratteristiche culturali e abbandona.
Si getta nella sua passione di sempre e sotto la bonaria guida paterna acquisisce una notevole tecnica pittorica ed inizia anche a vendere qualche sua opera.
Nel 1957, non ancora ventiquattrenne, suo padre muore ed è così, che rimasto privo di risorse economiche, deve mettere a frutto il suo titolo di studio impiegandosi quale tecnico presso il Comune di Roseto degli Abruzzi.
Pur dovendo lavorare in tale ufficio, l’orario unico gli permette di dedicarsi alla pittura che diviene presto il suo secondo, ma forse primo, lavoro, utilizzando come studio quello paterno situato nel vecchio castelletto al mare realizzato da suo nonno Pasquale..
Entra in contatto con due gallerie di Roma (Galleria di Via Nazionale e Galleria degli Artisti in piazza Barberini), dove vende i suoi quadri.
Nel 1986, si dimette dal suo incarico nel Comune di Roseto degli Abruzzi, per potersi dedicarsi meglio alla pittura.
Nella sua fase iniziale della sua pittura i quadri risentono inevitabilmente della tecnica e della soggettistica di suo nonno e di suo padre.
Poi, pur non rifiutando mai quella che fu la sua migliore linfa vitale, si accorge che il mondo è mutato; che il mare non è più quello popolato dalle variopinte vele; che le colline rosetane stanno mutando; che la vita sociale è disseminata di gente che soffre; che la condizione femminile è difficile.
Nel 1963 si presenta a Teramo, nella vecchia Galleria S. Giorgio, con una sua mostra che può dirsi sia l’antesignana delle sue persona.
Iniziano i suoi i ritratti di volti femminili (Ritratto della moglie del 1952; Ornella del 1969; Donna in verde del 1971), dove la sua giovanissima moglie è la sua musa ispiratrice.
Nelle sue opere, molto spesso trova spazio il lavoro con “Il varo della barca” e i “Muratori” del 1953, “Il rammendo della rete” del 1964. “Donna delle pulizie” del 1970, ecc.
Le sue donne – soggetto ricorrente – si velano di mestizia: I volti si fanno sofferenti e si affaccia la moltitudine reietta.
Poi la società viene sconvolta da violenti eventi politici e naturali che non lo lasciano indifferente. Nascono “Bologna 2 agosto” del 1980, “Macerie” del 1990, “Bosnia 98” ed infine “Vittime innocenti” e “Tsunami” ambedue del 2004.
Trovano asilo anche le tematiche più recenti della nostra società, che si ripercuotono in maniera più drammatica sulla donna. Appartengono a tale categoria: ”Stupro” del 1982, “Mendicante” del 1995; Angoscia” del 1998; “Lo sbarco” e “Via dal Kosovo” del 1999.
Dipinge anche paesaggi e nature morte, nudi, nonché le sue numerose “Maternità” a volte velate da infinita tristezza ed altre volte cosparse di infinito amore.
